Ex Alunne “Maria Immacolata –Roma”

Incontro con la comunità di Don Antonio Coluccia
18 novembre 2018

“Quando Suor Daniela mi ha detto “scrivi due righe sull’incontro”, avevo già intuito la difficoltà che avrei avuto nel raccontare.
Un po’ come quando viaggi: luoghi, tramonti, paesaggi, sguardi che foto e racconti non riusciranno mai a descrivere, a farti sentire come esserci stato.
Mi sono svegliata questa mattina e il primo pensiero è andato a don Antonio. Chissà, ho pensato, se questa notte è stata tranquilla, se uno dei suoi ragazzi lo ha cercato, o se qualcuno, senza scrupoli, gli ha ricordato il “suo posto”… quello che la società per bene si aspetta da lui.
Come poter raccontare, Suor Daniela ? Ma voglio e devo farlo per chi non ha potuto esserci, per chi non è riuscito a vivere questa domenica con noi.
Devo confessare che non avevo ben chiaro né dove saremmo andate né la storia che questa comunità ha alle spalle. Ma io mi fido, come sempre, della nostra Suor Daniela e sono partita.
La prima cosa che ho pensato, entrando nella chiesta di San Filippo Apostolo, sulla Cassia, per la messa delle 10, e’ stata : “.. era tanto tempo che non vedevo una messa ufficializzata da un giovane prete italiano! “. Tanti bambini tutt’intorno confusione famiglie ragazzi… la vita dentro la chiesa:
“Bello! ho pensato”.
Poi, ci siamo perse con la macchina, ma forse bisogna sempre perdersi un po’ per ritrovarsi; era già il preludio di questa indimenticabile giornata, ma lo riconosco solo ora.
Diciamo pure che via della Giustiniana è lunga e il civico un po’ nascosto. Comunque, siamo arrivate!!!!
In questa casa bunker, confiscata ad un Boss, ci accolgono uomini, ragazzi, molti dell’età dei miei figli, vent’anni o poco più. E ci mostrano orgogliosi l’orto, gli animali, Giustino, il cane accettato in comunità solo perché porta il nome del suo fondatore.
Don Antonio arriva…come una folata di vento. Entra di corsa e tutti lo seguono con lo sguardo; è la loro guida, la loro certezza; si percepisce da come si cercano con gli occhi.
Si sente vibrare la forza amorevole e paterna di un uomo testardo che sa che, per salvare i propri figli, deve anche essere duro, concreto, sempre presente senza ma e senza se.
E’ un prete giovane Don Antonio, e non ti aspetti tanta forza dietro una tonaca indossata come se fossero jeans e maglione …
Un caffè caldo ci accoglie nella sala di attesa.
Ragazzi tutt’intorno.
Ogni stanza è dedicata ad un sacerdote che ha lottato.
Io, confesso, non li riconosco tutti, ma respiro semplicità, ordine, regole, ed insieme tenerezza, ascolto, disponibilità.
E tanta dignità.
In ogni stanza una croce, quasi a ricordare che tutto quello che entra ed esce da lì è solo per volere di Dio. Una foto sull’altare della cappellina: un amico che veniva da lontano e che non c’è più, accolto da Don Antonio, ultimo tra gli ultimi, e diventato uno di loro, un riferimento per la correttezza, il rispetto degli altri, la gratitudine.
Don Antonio è un fiume di parole; ha tanto, troppo, che si possa raccontare in qualche ora. Ho la sensazione che vada di corsa; forse, penso, avrebbe voluto utilizzare quel tempo prezioso ad altro e non ad un pugno di signore che vengono a trovarlo…
Ma poi, più di lui, parlano le storie dei suoi ragazzi, uomini ai margini, storie difficili, che qui stanno ritrovando la fiducia, la dignità, il rispetto di sé e degli altri. Sono ritornate Persone.
Il pranzo e stato un momento importante …tutt’intorno allo stesso tavolo..loro hanno suonato, improvvisato anche poesie, raccontato come e perché sono arrivati li.
Ora hanno una libreria e sete di conoscere, di darsi un’altra possibilità. Emanuele racconta: “ho vent’anni e voglio riprendermi la vita tra le mani”. Sono figli…papà, mariti…nonni..che hanno avuto il coraggio e la forza di lasciarsi sorprendere dall’amore di chi non li ha giudicati, classificati, ma accolti.
Ci hanno regalato un piccolo crocifisso di legno, fatto da loro. Il più essenziale e semplice che io abbia mai ricevuto, penso, ma, per questo, anche il più vero.
Visitiamo la cucina, le stanzette e le vie di fuga di questa villa. Ora, nelle casseforti, ormai aperte, c’e pasta, provviste. C’e vita, profumo di buono, profumo di casa.
Fa freddo questa mattina. Scendo dal treno per andare al lavoro; metto la mano in tasca..riconosco un piccolo crocifisso di legno.
Sento un calore, dentro e sorrido”.
Cinzia Mazzoli

Precedente Pellegrini albanesi dal Papa in occasione del giubileo di 550 anni dalla morte di Skanderbeg Successivo UN POPOLO in CAMMINO