“Saperli guardare con gli occhi di Dio”

Incontro con i giovani di Tropoja

Nella nostra Missione di Dushaj siamo nuovamente l’unica presenza religiosa, dopo anni di una presenza saltuaria dei Frati Minori di Scutari e dopo anni di una presenza stabile di due sacerdoti Fidei Donum della Diocesi di Milano.

Eccoci nuovamente a gestire l’impegno pastorale da sole, cercando di animarci alla ricerca di energie spirituali dentro di noi e nella nostra piccola comunità, allargando il cuore per abbracciare tanti poveri in cerca di senso, i giovani ad esempio, spesso criticati, umiliati dalle condizioni di vita, spenti dalla mancanza di stimoli, di interessi, soli con le loro disperazioni e con un unico ricorrente anelito: scappare, fuggire lontano con l’illusione di trovare il senso della vita.

Per loro abbiamo organizzato una giornata diversa strappandoli dalla loro piatta quotidianità e far fare l’esperienza di sentirsi guardati con gli occhi di Dio, dal suo Amore, perché “l’amore guarisce”, l’Amore è guarigione” e “solo ciò che si ama può essere salvato”.

Per l’evento abbiamo invitato P. Matteo, frate cappuccino e don Zef Marku, giovane sacerdote albanese.

L’incontro è stato introdotto da una riflessione personale da fare su un foglio dove erano disegnati due volti, uno triste e uno allegro.
Che sfida per i nostri ragazzi!
Erano disorientati davanti al volto allegro e si identificavano con il volto triste. Poi, grazie alla Parola di Dio che offriva l’episodio dell’incontro di Gesù con un giovane e alla guida dei due sacerdoti, piano piano una luce ha rischiarato la tristezza e nei lavori di gruppo nei quali dovevano cercare i motivi che impediscono la gioia, sono giunti a scoprire, in un fatto realmente accaduto, l’esperienza della gioia. L’ultimo impegno è stato trovare le paure che bloccano la loro capacità di gioire.

Altra bella sfida! E’ difficile per loro ammettere di aver paura, ben trincerati e nascosti dietro apparenti sicurezze, dietro l’effimera soddisfazione che produce l’uso dei social dei quali sono diventati dipendenti perdendo la propria libertà.

Eppure, grazie agli esperti animatori che hanno saputo guardarli con gli occhi di Dio, si sono sentiti aiutati a “ad abbracciare la vita come viene, con tutta la sua fragilità e piccolezza, molte volte persino con tutte le sue contraddizioni e mancanze di senso”.

Poi i ragazzi hanno avuto il coraggio di vivere un momento di libertà.
Durante la preghiera finale, in ginocchio davanti alla Croce, ciascuno ha attaccato il proprio lavoro personale con i due volti e ha lasciato qualcosa… l’orologio, la giacca firmata, lo smartphone come segno di impegno a svuotarsi delle cose vane, disponibili a seguire Gesù per trovare il senso della vita e assaporare la gioia della salvezza che Dio ci dona come invito a far parte di una storia d’amore che si intreccia con le nostre storie.

La comunità di Dushaj

 

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